“IO SONO” IL BUON PASTORE

“IO SONO” IL BUON PASTORE

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In Giovanni 10:11 troviamo la quarta affermazione di Gesù che inizia con “IO SONO”: in questa occasione il Signore si presenta come il buon pastore.

Gesù stava parlando a gente che apparteneva ad una società agricola, che bene conosceva la figura del pastore, coi suoi ritmi, le azioni e le peculiarità che la caratterizzavano. Coloro che ascoltavano l’insegnamento di Cristo verosimilmente, avevano cantato decine e decine di volte il Salmo 23, famosissimo canto di Davide che inizia con la bellissima affermazione: “Il Signore è il mio pastore”. Riflettendo sulla figura del pastore è quasi impossibile non pensare almeno per un momento ai passaggi di questo celebre Salmo che tracciano meravigliosamente un profilo del Divino Pastore, che guida (v2), provvede (v1, v5), ristora e dona riposo (v2-3), che garantisce la Sua presenza alle pecore (v4).

Nel passo oggetto della nostra riflessione odierna, Gesù allarga ancora di più i concetti espressi da Davide ridefinendone i contorni mostrandoci altre verità sul Sommo Pastore, e per farlo lo mette in antitesi col mercenario: la prima caratteristica che Gesù evidenzia è la capacità del Pastore di dare la Sua vita per le pecore (Giovanni 10:15), il mercenario invece non è capace di fare la stessa cosa e vedendo il lupo si dà alla fuga (Giovanni 10:12). In questo Gesù mostra se stesso come il Pastore che ama le sue pecore; Cristo stesso ha affermato, infatti, che non c’è amore più grande di quello di chi dà la sua vita per i propri amici (Giovanni 15:13). La vita, infatti, è il bene più prezioso che un individuo possiede: darla, affinché un altro possa vivere, è un gesto che rivela un amore puro e sincero. Cristo è morto per quelle pecore che Egli conosceva fin dalla fondazione del mondo, e per la loro vita non ha esitato ad offrire volontariamente la Sua.

Continuando la nostra meditazione non possiamo non soffermarci sulla conoscenza che il Buon Pastore ha delle sue pecore: Gesù conosce profondamente quelli che il Padre gli ha dati (Giovanni 17), le caratteristiche, le necessità, i punti deboli, così come le doti, un po’ come un pastore fa con le sue pecore. Credo che ogni pastore interpellato potrebbe parlare per diversi minuti su ogni pecora del suo gregge, eppure quando proviamo a guardare un gregge di pecore, queste ultime ci sembreranno tutte uguali, ma non per il pastore, perché lui conosce ogni pecora e la riconoscerebbe in mezzo ad altre mille. Nella Bibbia il termine conoscere non viene usato soltanto per descrivere una conoscenza come la intendiamo oggi noi, ma piuttosto esso descrive una comunione e una relazione: Cristo, infatti, conosce le sue pecore, le ama, e vive in comunione ed in intima relazione con ognuna di loro.

In Giovanni 10:12 Gesù mette ancora una volta in antitesi le figure del pastore e del mercenario, in modo da mostrarci un’altra importante prerogativa del buon pastore. Il mercenario, infatti, vedendo venire il lupo, abbandona le pecore che vengono in qualche modo lasciate in balìa del loro “destino”, al contrario il buon pastore rimane con le pecore e si prende cura di loro. In un’altra occasione Gesù descrisse la premura e la cura del buon pastore raccontando la parabola della pecora smarrita (Luca 15:1-7): il pastore che nel racconto ha cento pecore delle quali una si perde, non esita a lasciare le novantanove nel deserto per cercare, ritrovare, e riportare a casa la pecora perduta. In questo gesto ammiriamo la cura particolare e personale che Cristo ha per ciascuno di noi: mentre eravamo erranti come pecore, Egli è venuto a cercarci, ci ha caricato sulle Sue spalle per riportarci al sicuro.

Il pastore a differenza del mercenario è il proprietario delle pecore (Giovanni 10:12): Gesù ci tiene a sottolineare questo aspetto, che sembra ovvio da un lato, quasi a testimoniarci che Egli vuole che ognuno di noi si ricordi di appartenere a Cristo; è un privilegio, infatti, essere considerati da Dio sua proprietà particolare. Chi tocca noi, tocca qualcosa che Gli appartiene, che non lo lascia indifferente, d’altra parte però il fatto di essere di proprietà del Signore ci deve responsabilizzare per vivere una vita seguendo le Sue direttive.

Fermiamoci adesso a considerare un ultimo aspetto che riguarda l’opera del buon Pastore: Egli raccoglierà le sue pecore in un unico ovile (Giovanni 10:16). Su questo passaggio del Vangelo si sono dette e scritte tantissime cose, quello che mi preme sottolineare in questa occasione, però, è il fatto che Gesù raccoglierà personalmente tutte le sue pecore ed esse formeranno un solo gregge guidato da un solo pastore: Cristo Gesù il Signore.

Sapere che Gesù è il nostro buon pastore ci rivela il Suo amore, la Sua perfetta conoscenza, la Sua presenza e cura, il fatto che siamo Suoi e che Egli non dimenticherà nessuno di noi, ma ci raccoglierà nel suo ovile celeste. Non dobbiamo dimenticarci, però, che noi siamo le pecore e come tali dobbiamo: amare, seguire, conoscere e ascoltare Gesù Cristo nostro Signore e Pastore.

Luciano Di Marco