Io vo’ narrar

Io vo’ narrar

John-Newtonn° 254 di  inni di lode

John Newton nacque a Londra il 24 Luglio 1725. Suo padre era capitano di una nave mercantile che faceva rotta nel Mediterraneo. La madre, che gli aveva fornito i pochi rudimenti religiosi, morì di consunzione quando John aveva solo sette anni.  All’età di undici anni, il padre prese il piccolo John con sé, deciso a farne un marinaio, prima di ritirarsi dal servizio.
Nel 1744, a soli diciannove anni, fresco del ritorno da Venezia, John decise di imbarcarsi con un certo H.M.S. Harwich, un uomo di guerra. Nonostante l’età, gli fu conferito un certo grado, per intercessione del padre. Presto, a causa delle penose condizioni di vita a bordo della nave, John decise di disertare, ma non riuscì a sfuggire per molto tempo. Dovette, quindi, riprendere servizio, ma fu degradato a marinaio comune, per poi imbarcarsi, di propria iniziativa, a Madeira in una nave negriera, che lo condusse fino alle coste della Sierra Leone.  Fu così che, a soli diciannove anni, entrò al servizio di alcuni commercianti di schiavi, che facevano scalo nelle varie isole coltivate a vaste piantagioni. Dopo una brutta esperienza con il primo padrone che lo trattava in modo brutale, il secondo fu più umano con lui e lo coinvolse nei suoi affari. Nel 1748, a ventitré anni, su richiesta del padre, fu recuperato dal capitano di un veliero, che lo riportò in Inghilterra.
Durante la sua vita di vagabondo, aveva perso ogni senso di religione, cadendo nel degrado più assoluto. Nonostante ciò, i pericoli del viaggio di ritorno, in cui John ebbe il compito di manovrare la nave durante una tempesta, fecero sorgere in lui la fede. Fu proprio durante quella notte di tempesta che, nella visione terrificante delle onde marine che avrebbero potuto capovolgere il veliero da un momento all’altro, egli, inaspettatamente, diede il suo cuore a Dio. Fino al giorno della sua morte egli commemorò l’anniversario della sua conversione, avvenuta il 10 marzo 1721, come giorno di umiliazione e di ringraziamento per la sua “grande liberazione”.
Tornato in Inghilterra, si sposò con Mary Catlett, il cui ricordo l’aveva sostenuto nel suo lungo vagabondare. Di lì a poco, un amico di suo padre, Mr. Manesty di Liverpool, gli offrì il comando di una delle sue navi negriere, ma  egli preferì, almeno inizialmente, imbarcarsi come marinaio (1748-9). Deludendo ancora i piani di suo padre, fu frustato e cacciato dalla nave come disertore e per quindici mesi visse di stenti e maltrattamenti, sotto uno schiavista in Africa. La sua fede cristiana maturò nei sei anni successivi, in cui fu capitano di una nave negriera.
Durante le sue avventure, da autodidatta, continuò gli studi. Imparò il latino, e lesse diversi tra i più importanti autori latini e umanistici, ma studiò soprattutto la Bibbia, e per questo imparò il Greco antico, l’Ebraico, e il Siriaco. John proibì di bestemmiare a bordo della nave, nonché ogni comportamento dissoluto.
Finalmente, dopo tanto girovagare, prese una decisione fondamentale per la sua vita: diventare ministro dell’Evangelo. Nel 1764 pubblicò “The Authentic Narrative”, la storia della propria vita. Fu da ministro che John scrisse numerosi testi poetici e inni, soprattutto ad Olney, un villaggio in cui fu ministro per svariati anni. L’eredità che ci ha lasciato è rappresentata da numerosi canti poco noti in Italia come “How Sweet the Name of Jesus Sounds” e “Glorious Things of Thee Are Spoken”.
Ma è solo attraverso la sua vita che possiamo comprendere meglio il canto più celebre giunto fino a noi: “Amazing Grace”, “Stupenda grazia”, che noi conosciamo con il titolo “Io vo’ narrar”, composto probabilmente tra il 1760 e il 1770 ad Olney. Durante il corso degli anni, alcuni autori hanno aggiunto dei versi propri oppure versi di Newton appartenenti ad altri canti, al testo originale. L’origine della melodia è sconosciuta. Alcuni innari la indicano come una melodia popolare americana. Una volta esaminato il retroscena di un canto, questo si apre ai nostri occhi, in ogni suo profondo significato.
Ogni canto di Newton reca un’esperienza della sua vita, nulla è scritto a caso; esemplari sono le parole di un altro inno: “Con Cristo nel vascello, sorrido alla tempesta”, dal chiaro significato pratico e spirituale.
Il primo verso di “Stupenda Grazia” comincia con due esclamazioni: “Stupenda grazia, che dolce il suono”. Questa stupenda grazia ha un “dolce suono”, ma quale? Il suono della parola “grazia”? Newton si risponde da solo con un altro canto già citato: “Come suona dolce il nome di Gesù!”. È il nome di Gesù che, per la stupenda grazia di Dio, reca la salvezza all’umanità. A differenza di tanta innografia del tempo, in cui il soggetto del canto è l’io che si rivolge ad un Dio Creatore dell’universo, onnipotente e sovrano, in Newton il soggetto diventa un io non generico, ma determinato (“un miserabile come me”), che si rivolge al Dio misericordioso e pieno di amore.
Egli ha potuto, come Paolo, sperimentare la paura del mare in tempesta, la fame, la sete, la solitudine, il pericolo, le percosse, e sono queste esperienze pratiche della sua vita, metafora di quelle spirituali, che danno forza al testo. Per un “miserabile” come Newton, che ha attraversato i mari tra mille insidie, e visto le sofferenze della schiavitù e del peccato, la salvezza ha valore spirituale, ma anche fisico. È a questa salvezza ambivalente che per molto tempo si sono aggrappati gli schiavi strappati dalla loro terra in Africa, e che trovarono rifugio e libertà solo in Gesù.
Nel 1780 Newton divenne ministro di alcune chiese di Londra, in cui poté influenzare molte persone con le sue prediche. Tra questi vi fu William Wilberforce, che sarebbe stato un giorno un leader nella campagna per l’abolizione della schiavitù. Newton continuò a predicare, nonostante la cecità, fino alla morte, avvenuta a Londra il 21 Dicembre 1807, per raggiungere Casa e poter comprendere pienamente la stupenda grazia del dolce nome di Gesù che lo aveva salvato dalla schiavitù del peccato.

 

IO VO’ NARRAR

Io vo’ narrar con grato cuor
Il don che Dio mi fe’:
Mentr’ero sol in gran dolor,
Salvezza mise in me.

Non più dolor, non più timor:
Gesu mi liberò!
Or nel cammin col Salvator
Avanti in pace vo’.

Sul tentator son vincitor
Pel dono di Gesù:
Sicuro or son che il Redentor
Mi porterà lassù.

S’avessi ancor mill’anni e più
Di vita e di splendor
Vorrei lodar il buon Gesù
Ognor con tutto il cuor.