La “prova del nove” dell’amore

La “prova del nove” dell’amore

La prima lettera di Giovanni è conosciuta come l’epistola dell’amore. L’apostolo, infatti, sospinto dallo Spirito Santo, scrive prevalentemente intorno a questo tema che riveste un’importanza centrale nella Bibbia: l’amore è descritto in Essa come una delle tre cose che durano e, tra queste, è addirittura la più grande (1 Corinzi 13:13). Leggendo questa lettera impariamo non solo la grandezza dell’amore di Dio, perché è Egli stesso amore, ma anche l’importanza che l’amore riveste nella vita del cristiano.
Giovanni ci presenta l’amore come una sorta di “prova del nove”, per verificare alcune cose che proprio non possono mancare in ogni credente. La “prova del nove” è un procedimento usato in matematica per verificare l’esattezza di un risultato: allo stesso modo, l’amore prova che il credente è nato di nuovo, conosce Dio e che, amando i fratelli, ama il proprio Signore.

  • L’amore: la “prova del nove” della nuova nascita!

“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio …”

(1 Giovanni 4:7)

La nuova nascita è un’esperienza necessaria per vedere e per entrare nel regno di Dio (Giovanni 3:3,5).
Non a caso, l’apostolo Giovanni, scrivendo il suo Vangelo, racconta dell’incontro notturno tra Nicodemo, un dottore della legge di allora, e Gesù. In quell’occasione il sommo maestro insegna a quell’uomo una verità meravigliosa: per vedere il regno di Dio bisogna nascere di acqua e di Spirito! La nuova nascita è, senza dubbio, un evento soprannaturale e interiore, è prodotta dall’opera dello Spirito Santo (Giovanni 3:6-8; Tito 3:5) e per mezzo della Parola di Dio (1 Pietro 1:23). Ma in questo verso (sopracitato), Giovanni spiega chiaramente che c’è una prova inconfutabile della nuova nascita: la capacità di amare il prossimo.
“Chi ama è nato da Dio”: sono parole che certificano che chi ha fatto l’esperienza della nuova nascita è capace di amare. L’ amore dà quindi al credente la consapevolezza di essere nato da Dio, cioè di essere passato dalla morte alla vita. Leggendo ancora tra le righe della prima epistola di Giovanni, troviamo questa bellissima affermazione: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1 Giovanni 3:14). La consapevolezza del passaggio dalla morte alla vita è dimostrata dall’amore per i fratelli: il fatto di essere stati risuscitati con Cristo, e fatti partecipi in qualche misura della natura divina, deve sfociare in un sincero amore fraterno, perché Dio è amore.
Paolo testimoniava così: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!” (Galati 2:20). La prova che Cristo vive nel cristiano è l’amore, Gesù, infatti, amò i suoi fino alla fine (Giovanni 13:1): chi ha Cristo nel cuore non può che amare, perché l’amore è da Dio.

  • L’amore: la “prova del nove” della conoscenza di Dio.

“… e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.”

(1 Giovanni 4:7-8)

Conoscere Dio è qualcosa di davvero prezioso: Gesù, parlando di questa conoscenza, ci insegna che la stessa equivale ad avere la vita eterna (Giovanni 17:3).
Giovanni stesso afferma che Gesù ci ha dato l’intelligenza di conoscere colui che è il Vero (1 Giovanni 5:20). Non si parla, qui, di un’intelligenza “naturale”, ma di una sapienza che viene dall’alto, che ci mette in grado di comprendere qualcosa che va al di là di ciò che è terreno: conoscere Dio.
Gesù, “replicando” a Pietro che lo aveva riconosciuto come figlio di Dio, afferma: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli” (Matteo 16:17). Chi ha conosciuto il Dio d’amore, che ha sperimentato la comunione con Lui e da Lui è reso capace di abbracciare la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del Suo amore (Efesini 3:18), non può non amare. L’amore è un attestato di conoscenza dell’Onnipotente, Giovanni infatti è categorico nell’affermare che: “chi non ama non ha conosciuto Dio”, spiegandone anche la semplice motivazione: Dio è amore! Molti pensano di dimostrare la loro conoscenza di Dio sciolinando discorsi teologici, parlando delle loro esperienze e delle loro sensazioni, ma l’attestato immediato e visibile dell’aver conosciuto il Dio d’amore è amare come Lui ci ha insegnato a fare.

  • L’amore per i fratelli: la “prova del nove” dell’amore per Dio.

“Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto.”

(1 Giovanni 4:20)

Sono molti a dire: “io amo Dio”, ma quanti tra questi lo amano veramente? La risposta che ci viene dalla Parola di Dio è semplice ed inequivocabile: coloro che amano i fratelli! Molti scindono erroneamente l’amore per il Creatore dall’amore per la creatura, ma Dio no! Giovanni è perentorio nell’affermare che chi dice di amare Dio e odia il suo fratello è bugiardo: quindi non può esistere un amore per Dio che esula dall’amore per i Suoi figli. Dalle parole dell’apostolo sembra quasi non esistere una “zona franca”, o un limbo tra amore ed odio: chi non ama il fratello lo odia, o quantomeno rischia di farlo.
Leggendo questo verso comprendiamo perché è impossibile amare Dio, odiando i fratelli: il fratello, a differenza del Signore, viene visto, e in lui si può scorgere la meravigliosa opera del Salvatore (che lo ama nonostante tutto), quindi amarlo dovrebbe essere una logica conseguenza. Dio, invece, non viene visto, quindi se non riusciamo ad amare coloro che vediamo, che vivono vicino a noi, che pregano con noi, che soffrono con noi, come potremmo dire di amare Colui che i nostri occhi non riescono a vedere? Un vecchio proverbio siciliano recita: “cu è luntano di vista è luntano di cori”, cioè chi è lontano dalla vista non viene amato o smette di essere amato, proprio perché l’uomo è portato ad amare colui che vede. Come è possibile non amare o, per usare le parole di Giovanni, odiare un fratello che vediamo e dire di amare Dio, che non vediamo?
In questo caso l’amore costituisce la prova di se stesso: i credenti, infatti, mostrano l’amore per Dio dall’amore che nutrono nei confronti dei loro fratelli. L’amore per i fratelli è la “prova del nove” dell’amore per il Signore.
Quest’oggi abbiamo visto l’amore come indicatore di alcuni “parametri vitali” di un credente, come prova della nuova nascita e della conoscenza di Dio, come prova dell’amore per Lui, che “passa” prima dall’amore per i fratelli. L’amore, nella vita del credente, conferma che egli è vivo spiritualmente e si trova al “centro” della volontà di Dio, ma non possiamo considerare l’amore soltanto come prova di qualcosa, ma abbiamo bisogno di fare nostra l’esortazione dell’apostolo Giovanni: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri”.
L’amore è un sentimento che comincia a germogliare nel credente al momento della nuova nascita, ma ha bisogno di essere alimentato ed esercitato. L’amore deve essere “messo in circolo”, dimostrato, elargito: non è un sentimento da riporre in un’ampolla o da “confinare” nel profondo di un cuore, ma è da condividere con gli altri, va dimostrato coi gesti, con le parole, con le preghiere, con la comprensione, con la misericordia e con la correzione. Fare questo è impossibile senza guardare l’amore più grande:

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli.”

(1 Giovanni 3:16)

Guardiamo tutti insieme all’amore perfetto di Dio, che Egli ha versato nei nostri cuori, che è la prova inconfutabile che siamo suoi e che un giorno, per la sua grazia, lo vedremo come Egli è.

Luciano Di Marco