Vedendo avvicinarsi il gran giorno

Vedendo avvicinarsi il gran giorno

“E prendiam guardia gli uni agli altri, per incitarci a carità, ed a buone opere; non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni son usi di fare, ma esortandoci a vicenda; e tanto più, che vedete avvicinarsi il gran giorno.”

(Ebrei 10:24 ver. Diodati; v. 25 ver. Luzzi)

Su cosa fare in attesa del ritorno del Signore Gesù sono stati scritti testi su testi: i credenti vengono chiamati a vegliare (Matteo 25:13), a santificarsi (Tito 2:12-13), ad aspettare con pazienza (Giacomo 5:7-8), ma in questi due versi lo scrittore agli Ebrei pone alla nostra attenzione altre “funzioni” da svolgere in attesa del gran giorno.

Il gran giorno, così leggiamo nella versione riveduta, un giorno più importante di altri, che non si può non affrontare nel modo giusto: è inequivocabilmente il giorno del ritorno di Gesù Cristo nel quale Egli rapirà la sua chiesa, il giorno della vittoria per i credenti. Lo scrittore sembra quasi lasciarlo solo intendere, conscio che questo è impresso in modo indelebile nella mente dei credenti, e senza ombra di dubbio è per loro il giorno più importante in assoluto.

A livello umano ci sono dei giorni che vanno cerchiati in rosso sul nostro calendario: il giorno del nostro matrimonio, quello del diploma o della laurea, il giorno della nascita di un figlio. Tutti giorni particolari, in attesa dei quali ognuno di noi è chiamato ad una certa preparazione, a mettere appunto determinate cose per far sì che davanti a quel giorno possiamo essere organizzati al punto giusto. Pensiamo per un attimo a quanti preparativi ci sono dietro al giorno del matrimonio: in attesa che arrivi, si accende la macchina organizzativa e niente, vista l’unicità dell’evento, deve essere tralasciato; a livello spirituale non dovrebbe essere ancora di più così?

La prima cosa da fare è quanto leggiamo al verso ventiquattro, la versione Diodati dice così: “E prendiam guardia gli uni agli altri, per incitarci a carità, ed a buone opere”; lo scrittore sembra volere richiamare i fratelli ad essere un sorta di guardie del corpo gli uni degli altri, quindi questa esortazione non è diretta solo ad alcuni, ma a tutti coloro che aspettano questo grande giorno.
Paolo scrivendo a Timoteo (I Timoteo 3:1-5), descrive lo stato degli uomini negli ultimi giorni, e li descrive come egoisti: è proprio questo il primo aggettivo usato dall’apostolo, ed è sotto gli occhi di tutti che in questa società corrotta ognuno pensa a sé, alla propria vita, al proprio benessere, disinteressandosi dell’altro che, magari, al proprio fianco vive nella sofferenza e nell’indigenza.

La chiesa di Gesù Cristo è chiamata ad andare controcorrente e, in attesa del giorno per eccellenza, i credenti devono diventare dei veri e propri “vigilantes” nei confronti dei loro fratelli e delle loro sorelle. Dei controllori, un esercito di guardiani che si interessa del bene spirituale del proprio fratello e della propria sorella, e mentre uno lo fa per l’altro, un altro lo fa per lui. A questo guardarsi e controllarsi a vicenda non deve seguire un giudizio verso il fratello che forse sta sbagliando, ma un incitamento secondo la volontà di Dio.

La seconda parte del verso ventiquattro dice: “per incitarci a carità ,ed a buone opere”; questo incitamento mi fa pensare ad alcuni sport di squadra dove gli atleti spesso si incitano, si incoraggiano a vicenda. Gli incitamenti devono essere all’amore e alle buone opere, questo deve essere quello che la chiesa deve perseguire: amare Dio, il nostro prossimo e fare il bene. Quindi siamo chiamati a non avere un atteggiamento passivo ed egoistico ma, in attesa del gran giorno, dobbiamo interessarci dei nostri fratelli e delle nostre sorelle per incoraggiarli a fare meglio la volontà di Dio.
Come sarebbe bello che ogni credente vedesse nell’altro un guardiano, e un incoraggiamento?

Il verso venticinque ci parla di cos’altro fare in attesa di quel giorno; nella versione Riveduta leggiamo: “non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni son soliti fare, ma esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno”. L’esortazione è chiara e perentoria, lo scrittore spinge i fratelli a non abbandonare la propria comune adunanza. Il termine abbandonare è molto forte: indica una rinuncia, un lasciare definitivamente, quasi a “cuor leggero” ma, in attesa del ritorno del Signore, siamo chiamati a stare con i fratelli per prepararci insieme al grande giorno. Abbandonando la comune adunanza non si riesce neanche a prendere guardia gli uni degli altri, perché non vedendosi è quantomeno difficile scorgere le difficoltà del fratello, i pericoli che ci sono intorno a lui ed esortarlo a fare meglio la volontà di Dio.

Lo scrittore parla di nostra comune adunanza e, facendo questo, sembra richiamare le chiese a prendere coscienza che la comune adunanza, cioè il riunirsi insieme, è qualcosa che ci appartiene, è nostro! Dobbiamo essere consapevoli di questa verità: ogni volta che in chiesa c’è una riunione, è “cosa nostra”, non è un qualcosa che riguarda soltanto alcuni fratelli, magari quelli che hanno un compito nella chiesa o quelli che hanno più o meno “anni di fede” alle spalle, i più “spirituali”, i meno impegnati nel lavoro secolare, ma tutti noi.

Una delle cose che contraddistingueva la chiesa primitiva era l’assiduità con la quale i credenti si riunivano al tempio: “E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore” (Atti 2:46). L’assiduità nel frequentare le riunioni da parte della chiesa primitiva contrasta in modo marcato con l’abbandono che solo pochi anni dopo veniva consumato nelle comunità e denunciato dallo scrittore agli Ebrei.

C’erano alcuni che erano abituati a farlo, e a volte quello di lasciare la comune adunanza può diventare una cattiva abitudine: una volta, due, magari giustificandosi fra sé e sé, accampando scuse più o meno plausibili, e dopo un po’ questa “pratica” diventa una triste prassi. Questa consuetudine stride in maniera forte con la gioia che il salmista esprime: “Mi sono rallegrato quando m’hanno detto: Andiamo alla casa del SIGNORE.” (Salmo 122:1). La Bibbia non tace sulle benedizioni che il Signore concede quando i fratelli si riuniscono insieme (Salmo 133), ed in attesa del ritorno di Gesù Cristo non possiamo fare a meno di esortarci a vicenda a non mancare alle nostre riunioni e a fare meglio la volontà di Dio.

L’importanza che riveste un giorno per noi si vede dal modo in cui ci prepariamo ad affrontarlo, man mano che lo vediamo avvicinarsi: che importanza riveste il giorno di Cristo per noi?

Quest’oggi abbiamo visto alcuni aspetti della nostra preparazione in vista di questo fantastico giorno; chiediamo a Dio la forza di potere rispondere all’appello che ci viene dalla Parola di Dio ad aspettarlo: prendendo guardia gli uni degli altri, incitandoci all’amore e alle buone opere ed esortandoci gli uni e gli altri a non abbandonare la comune adunanza, aspettando insieme il beato giorno in cui Gesù ritornerà dal cielo.

Luciano Di Marco