Pietro Giacomo e Giovanni

Pietro Giacomo e Giovanni

pietro-gaicomo-e-giovanniPietro Giacomo e Giovanni sono considerati da molti studiosi e lettori della Bibbia come “gli intimi”, ovvero, un gruppetto ristretto di discepoli che Gesù scelse tra i dodici, per fare esperienze particolari con Lui. Ricordiamo la loro presenza al miracolo di risurrezione della figlia di Iairo (Luca 8:49-56), per non parlare dell’esperienza unica della vista di Gesù trasfigurato (Matteo 17:1-13), e infine, ma non meno importante, furono proprio loro tre che Gesù chiamò per pregare con Lui nel podere del Getsemani (Matteo26:36-46). Da sempre mi sono chiesto, perché proprio loro? Avevano forse qualcosa di particolare? Come mai non Matteo, Andrea o Natanaele?

È chiaro che, davanti a quesiti del genere, non si può dare una risposta categorica ed assoluta, ma possiamo ugualmente, meditando i testi biblici e confidando nella guida dello Spirito Santo, provare a dare delle risposte, non fini a stesse, per soddisfare la nostra sete di conoscenza, ma che possano insegnarci qualcosa di utile per fare meglio la volontà di Dio.

La prima cosa che posso dire, facendo ricorso all’umiltà che deve contraddistinguere ogni servo del Signore, è che alcune cose non riusciamo a capirle: alcune le capiremo in seguito, durante il nostro discepolato (Giovanni 16:12), altre addirittura nel cielo (I Corinzi 13:12). I pensieri di Dio, infatti, non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre (Isaia 55:9): noi pensiamo con una mente limitata, Dio è perfetto, e pensa e agisce in modo diverso dal nostro.

Dio è sovrano; troppo spesso “dimentichiamo” questa bellissima realtà: Egli scelse Davide, invece dei suoi fratelli, come re d’Israele, e poi Salomone, al posto dello stesso Davide, per costruire il primo tempio di Gerusalemme. Abbiamo la certezza che Dio non sbaglia mai, e anche nel caso di Pietro Giacomo e Giovanni, Egli ha fatto la scelta giusta, sapendo che i tre discepoli erano in grado di sostenere quelle esperienze in quei momenti specifici, perché conosceva la loro vita in modo perfetto e profondo (Salmo 139).

Ma la chiave di lettura che mi piace dare, rispondendo a questa domanda, è che ogni esperienza che Gesù ci fa fare è propedeutica alla nostra crescita, e al nostro bene, in vista di un servizio efficace che culminerà con l’incontro col nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Per fare ciò considereremo le esperienze che Pietro, Giacomo e Giovanni fecero con Gesù e l’utilità che queste portarono nella loro vita e nel loro servizio futuro.

I tre discepoli videro la potenza di Dio nella resurrezione della figlia di Iairo, impararono che la vita è nelle mani del Signore, e che la morte non ha alcun potere su di Lui, e che ogni cosa è possibile a chi crede. Sul monte, comunemente detto della trasfigurazione, videro la gloria di Dio, Gesù trasfigurato, le sue vesti divennero bianche, udirono o percepirono il colloquio di Cristo con Mosè ed Elia, personaggi cari ad ogni Israelita, per poi vedere Gesù solo, tutto ciò seguito da una rivelazione gloriosa che diceva: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo». Nella notte del Getsemani i tre impararono che al servizio del Signore non c’è spazio per la potenza e la gloria soltanto, ma anche per la sofferenza: sono chiamati a stare vicino al loro Maestro in un momento di tristezza e di angoscia che nessun uomo ha provato mai, perché Gesù realizzava attimo dopo attimo il calice che di lì a poco avrebbe bevuto per amore del mondo intero.

Queste esperienze, che Gesù volle per loro, furono funzionali al loro servizio e a quello che avrebbero vissuto in futuro: “Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28).

Pietro e Tabita (Atti 9:36-43)

Pochi anni dopo l’esperienza della resurrezione della figlia di Iairo, Pietro si trova nella stanza dove giaceva morta una sorella di nome Tabita. Credo che il ricordo dell’esperienza fatta con Gesù anni prima abbia fatto capolino nella mente dell’apostolo. L’azione di Pietro che fa uscire tutti dalla stanza dove giaceva Tabita (Atti 9:40), ci ricorda quella di Gesù davanti alla casa di Iairo: anche il Signore, infatti, fece uscire tutti fuori ad esclusione di Pietro, Giacomo, Giovanni e dei genitori della fanciulla (Marco 5:40). Le parole che Pietro pronuncia dopo aver pregato sono quasi le medesime che Gesù pronunciò all’indirizzo della figlia di Iairo: “Tabita, alzati” disse Pietro, mentre Gesù aveva detto: “Bambina, alzati”. Parole che testimoniano l’importanza di quell’esperienza fatta col Maestro, che lasciò nella vita di Pietro un bagaglio di fede e di consapevolezza della potenza di Dio. Tabita risuscita come la figlia di Iairo; l’esperienza che Pietro aveva fatto non era fine a se stessa, ma in preparazione del suo servizio: Dio sa quello che fa!

Giovanni e la visione del figlio dell’uomo (Apocalisse 1:9-20)

Giovanni, scrittore del libro dell’Apocalisse, è testimone di visioni meravigliose, ma una delle più belle è quella che descrive nel capitolo uno: la visione di Gesù in tutta la Sua gloria. L’apostolo descrive il Signore con il capo e i capelli bianchi come lana candida (v14), e il Suo volto come il sole quando splende in tutta la sua forza (v15). Lo stesso Giovanni, che aveva visto Gesù risplendere come il sole sul monte della trasfigurazione (Matteo 17:3), con le vesti candide (Marco 9:3), è ancora spettatore della gloria di Dio. E come tanti anni prima cadde ai suoi piedi (Matteo 17:6), anche adesso è “costretto” a farlo (Apocalisse 1:17). Gesù lo tocca come in passato (Matteo 17:7; Apocalisse 1:17), e lo incoraggia con le medesime parole: “Non temere” (stessi rif. precedenti).

Il tempo passa, ma Gesù rimane lo stesso! (Ebrei 13:25)

I dati storici in nostro possesso rivelano che, dall’esperienza avuta sul monte della trasfigurazione a questa visione, passarono più di cinquant’anni: a distanza di tempo, questo discepolo sente le medesime parole, e vede ancora la gloria di Dio. A conferma del fatto che l’esperienza sul monte non era una caso, ma fu per Giovanni una sorta di preparazione a visioni ancora più grandi.

Giacomo martire della fede (Atti 12:1-2)

Tra i tre, Giacomo è colui che ebbe meno tempo per servire il Signore e la chiesa: il capitolo dodici degli atti ci racconta, infatti, della sua morte da martire (Atti 12:1-2). Luca, nel narrare questo passaggio triste nella storia della chiesa primitiva, si limita a dire che Giacomo morì di spada. Osservando questo frangente della vita dell’apostolo, possiamo notare ancora come le esperienze fatte con Gesù siano funzionali alla vita dei servi di Dio: Giacomo aveva imparato, nel Getsemani, che servire il Signore non significava solo credere, ma anche soffrire per Lui (Filippesi 1:29). Verosimilmente, nei terribili momenti che precedettero la sua esecuzione, la sua mente ha ricordato la sofferenza di quella notte, passata vicino a Gesù. Giacomo aveva imparato che un discepolo non è superiore al suo maestro: Gesù fu perseguitato, anche i discepoli dovevano “ricalcare” le sue orme (Giovanni 15:20).

La storia di questi discepoli ci insegna che le esperienze che Cristo ci chiama a fare, o che permette che facciamo, non sono fini a se stesse: forse non le comprendiamo pienamente mentre  accadono, ma col passare del tempo scopriremo che cooperano al nostro bene. Forse stai vivendo un periodo dove vedi la potenza di Dio e la gloria di Dio, o forse stai passando per la sofferenza: ricorda soltanto che Dio ha un disegno per la tua vita e, se lo ami, tutte le cose concorreranno al tuo bene.

A Dio sia la Gloria!

Luciano Di Marco