Figlio d’Uomo

Figlio d’Uomo

“Mi disse: ‘Figlio d’uomo, alzati in piedi, io ti parlerò” [Ezechiele 2:1]

Ezechiele, che vuol dire “Dio è forte”, viene ripetutamente chiamato “figlio d’uomo”, un’espressione che compare nel libro circa novanta volte, quasi a sottolineare costantemente la sua natura umana. Ezechiele non è certo in grado di sopportare lo splendore della visione divina e neppure il suono della voce di Dio, ed ha quindi bisogno che lo Spirito dell’Eterno gli conceda la forza necessaria per tenersi in piedi: “Mentre egli mi parlava, lo Spirito entrò in me e mi fece alzare in piedi …” (v. 2).

Dinanzi alla visione, Ezechiele cade bocconi, prostrato e profondamente impressionato, eppure la mano di Dio non è giunta a Lui per annientarlo, ma per confortarlo ed infondergli coraggio. Di fronte alle ostilità alle quali va incontro, il Signore lo rasserena e lo rende capace di opporre resistenza alle ostinazioni di un popolo “ribelle” e dal cuore “ostinato”. È proprio in questo ambiente inquieto, dove molti vanno smarrendo quel poco di fede che è rimasto in loro, che il profeta è chiamato a svolgere il suo ministerio.

Ezechiele inizia la sua opera, ma subito si imbatte in un muro di incomprensione e sperimenta quanto risulti impopolare la volontà di Dio. Al profeta viene inoltre presentato il rotolo della Parola di Dio contenente “lamentazioni, gemiti e guai”, rotolo che egli deve “mangiare”, vale a dire assimilare e far proprio fino in fondo. Noi credenti dobbiamo accettare la verità, anche se alle volte è scomoda, poiché essa risulterà in ogni caso dolce e piacevole. Questa è l’esperienza che abbiamo realizzato nel giorno della nostra conversione: da allora sperimentiamo un continuo rapporto di dipendenza dal Signore, e soltanto dopo aver vissuto tutto ciò possiamo predicare quanto già abbiamo fatto nostro.

Il Signore richiede ai Suoi servitori coraggio e perseveranza nell’annunciare il messaggio dell’Evangelo di Cristo.